La prigione invisibile dell’attacco di panico

L’attacco di panico è un’esperienza improvvisa e sconvolgente; ci si sente travolti da una irragionevole paura e da spiacevoli sensazioni fisiche, che come uno tsunami interrompono lo scorrere regolare della propria vita. Il cuore batte forte, il respiro si fa affannoso, si avverte un dolore al petto e ci si sente preda di un pericolo incomprensibile e di un vissuto di impotenza. Spesso la persona teme stia accadendo qualcosa al proprio corpo o pensa ad un infarto e ha paura di impazzire o di morire. Solitamente all’inizio si va alla ricerca di una causa organica ed è solo nel momento in cui non si riesce a trovarla che ci si rende conto di aver vissuto sulla propria pelle un attacco di panico. Spesso la persona non riesce a spiegare a se stessa cosa sta succedendo e si trova di fronte a una paura invisibile, inaffrontabile e percepita come priva di senso. Dopo il primo destabilizzante episodio può innescarsi anche la paura che il sintomo si ripresenti nuovamente. In alcuni casi si tende ad evitare i luoghi e le situazioni in cui si è manifestato la prima volta, con l’illusione di poter controllare e allontanare il problema, in altri ci si sposta solo in compagnia di persone fidate.  Anche le abituali azioni quotidiane come andare a lavoro, incontrare gli amici, andare al cinema o fare una passeggiata, possono essere vissute con grande preoccupazione e senza piacere. Spesso questo sintomo esplode in periodi in cui ci si sente intrappolati in una condizione che non corrisponde più ai propri bisogni ed aspettative ma dalla quale non si riesce a svincolarsi.  Pensiamo per esempio a fasi di passaggio come l’ingresso nell’adolescenza o a situazioni in cui si è chiamati a fare una scelta come un cambiamento di lavoro, la decisione di separarsi o l’investimento in un rapporto affettivo.

Ma quali paure sono rappresentate attraverso l’attacco di panico?  Spesso questo sintomo esprime un dilemma inconscio, tra volersi   distaccare  da una condizione percepita come opprimente e che genera insoddisfazione, e  temere di lasciarla perché rassicurante. La persona è come se sentisse di soffocare nelle strettoie del legame che crea con se stessa e con la realtà e si vede costretta a recitare un ruolo non rispondente più a ciò che sente. Ad esempio il conflitto tra il desiderio di autonomia e il bisogno di dipendere dagli altri può essere condizionante e la persona si ritrova ad evitare molte situazioni di vita con progressivo impoverimento della propria esistenza. Non ci si sente pronti a modificare qualcosa dentro di sé e ci si blocca davanti alla possibilità di fare un passaggio significativo. Si ha la sensazione di andare incontro ad un vuoto o al pericolo di perdere il controllo non sapendo cosa aspettarsi  e sentendo di non avere punti di riferimento certi.

In quel momento sembra che tutte le porte siano sbarrate, ci si sente chiusi dentro come in una prigione, una sorta di claustrofobia esistenziale, simile a quella per i luoghi chiusi e affollati in cui non si vede una via d’uscita. Quando ci si sente senza speranza e di non poter disporre delle proprie risorse, il panico può irrompere come stato di allerta estremo per liberarsi dal giogo delle impossibilità. Proviamo ad immaginare come potremmo sentirci trovandoci in mezzo al mare, senza salvagente e lontani chilometri e chilometri dalla più vicina terraferma. Durante la crisi di panico ci si ritrova soli e fragili, in balia del pericolo di soccombere che può straripare fino a sentirsi sommersi. L’attacco di panico segnala quindi che si è arrivati al limite, che qualcosa non va nelle proprie scelte e si è chiamati  a confrontarsi con desideri e timori che premono per trovare un posto nella propria mente. Il sintomo rappresenta allo stesso tempo  un’opportunità , per riconquistare la possibilità di vivere pienamente e liberarsi così dal senso di prigionia  che ostacola una più piena realizzazione di sé.  L’attacco di panico costituisce quindi un segnale importante, per aprirsi al cambiamento ed al futuro e superare la paura di avere paura.

Dott.ssa Margherita Rosa