L’abuso ed il maltrattamento infantile, realtà scomoda spesso taciuta o minimizzata, porta segni psicofisici profondi in chi lo subisce. Diventa qualcosa di indicibile, con una sofferenza che spesso viene nascosta dietro altri comportamenti. Le parole si spezzano, i pensieri si confondono, la realtà assume un senso diverso. Quando la violenza fisica, psicologica, sessuale proviene da un adulto investito di fiducia, che riveste un ruolo educativo o protettivo, il bambino si ritrova in una zona oscura dove le coordinate affettive si capovolgono. Colui che dovrebbe proteggerti è lo stesso che ti fa profondamente del male, diventando fonte di paura. Emerge la confusione, lo smarrimento, il desiderio di affetto si mescola all’umiliazione. Ancora prima di poter dare un nome all’esperienza vissuta, di comprenderne il significato, il bisogno più urgente è mettersi al sicuro. E per farlo il bambino cerca di proteggere ciò che per lui è vitale, il legame con l’altro. Non parliamo solo di situazioni familiari, ma anche di contesti scolastici, sportivi, istituzionali, religiosi: luoghi in cui ci si aspetta di essere accolti, ascoltati, formati.
Il trauma connesso ad esperienze di maltrattamento assume una forma particolarmente lesiva a livello psicofisico, intaccando l’architettura stessa della fiducia. Per reggere l’insostenibile, il bambino attiva inconsapevolmente diverse soluzioni difensive, può ritirarsi, negare, colpevolizzarsi, dissociarsi. Queste modalità costituiscono delle possibilità per dare un senso e un ordine ad una realtà che improvvisamente ha smesso di essere prevedibile. Deresponsabilizzando chi fa del male ed attribuendosene la colpa, il bambino sembra garantirsi che la realtà e le relazioni restino un posto abitabile. Queste difese a volte possono essere rinforzate da un ambiente che nega, minimizza, evita. La mente si costruisce nella relazione e soprattutto da bambino attraverso la sintonizzazione, l’affidabilità dell’altro, il riconoscimento reciproco. Se queste coordinate vengono meno, il bambino può facilmente sentirsi senza mappe. I bisogni di protezione, affetto, dipendenza si confondono con la paura, la vergogna, l’annientamento. In un contesto che non riconosce la gravità di ciò che accade, che non protegge ma ignora e abusa, il bambino può far fatica a riconoscere il proprio dolore, rifugiandosi nel silenzio impotente o manifestandolo attraverso segnali indiretti.
“Chi mi crederà?” È forse questa una domanda che si affaccia nella mente di una vittima di abuso o maltrattamento. Denunciare ciò che si subisce non è mai semplice ma per un bambino diventa più complesso, dovendosi esporre affrontando il dubbio di essere creduto. Spesso il disagio emerge indirettamente, i segnali possono provenire da diversi comportamenti insoliti, che si manifestano con una certa continuità. A volte non è il bambino ma è un adulto a rendersi conto che qualcosa non torna, un insegnante o qualcuno di vicino che coglie delle tracce. Ogni volta che un bambino riesce a chiedere aiuto anche solo implicitamente, sta già compiendo un atto significativo, sta cercando un altro affidabile, una presenza che non tradisca.
Lo svelamento di un abuso durante l’infanzia o molti anni dopo rappresenta un passaggio cruciale. È la rottura di un patto omertoso, spesso interiorizzato per proteggere il legame. Un atto che apre la possibilità di uscire dal silenzio, iniziare un processo di elaborazione rendendo dignità a ciò che è stato vissuto. Rivelare è già poter cominciare a trasformare. Le memorie traumatiche non elaborate agiscono infatti indirettamente , come pezzi disconnessi di un racconto che non ha ancora potuto prendere forma. Ricostruire ed elaborare un abuso è un processo lento, graduale, che richiede uno spazio sicuro e una relazione affidabile. È nella possibilità di nominare, essere ascoltati e creduti, che le esperienze traumatiche possono trovare posto in una nuova narrazione.
Dott.ssa Margherita Rosa
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