Si allena con tenacia l’atleta nello sport, attraverso anni di agonismo per spendersi al massimo in gara. Di fronte a sé l’obiettivo della vittoria, tanto desiderata e a volte raggiunta , per coronare tutta la fatica ed il sudore. E dopo? Cosa si intravede “oltre” il traguardo, quando si è ottenuto quel risultato? L’investimento personale nello sport agonistico ci fa riflettere sul rapporto complesso con il raggiungimento dei propri obiettivi, soprattutto quando sono espressione di una intensa passione e dedizione. L’allenamento sportivo anche a livello amatoriale costituisce un’ occasione per imparare a superare le difficoltà ed i propri limiti tanto che spesso si inizia da bambini proprio per maturare delle abilità . Chi sceglie l’agonismo si spende anima e corpo in questa attività, attraverso intense fatiche e grandi soddisfazioni. Dietro ogni traguardo raggiunto c’è quindi un lungo cammino di concentrazione e perseveranza che trova nella gara il senso del lavoro e della passione di anni. La vittoria diventa un indicatore importante della propria realizzazione e della soddisfazione di bisogni personali vissuti attraverso lo sport. Questa tensione al traguardo accompagna anche il pubblico che durante la gara si emoziona attraverso il proprio desiderio di successo rispecchiato nell’atleta , sul quale sono proiettati un insieme di ideali, di obiettivi e bisogni non dichiarati .
Il rapporto dell’atleta con la vittoria ovviamente dipende dalla sua soggettività, dalla storia personale, dall’ investimento più o meno esclusivo nello sport agonistico. Non sempre questa dedizione cosi esclusiva lascia spazio ad altre aree della propria vita, condizionando fortemente le aspettative verso il traguardo. Da diverse interviste ad atleti famosi emerge infatti che il rapporto con la vittoria è spesso tormentato. Si sente esplodere la gioia, l’entusiasmo, ma quando si realizza che è tutto finito prende spazio uno strano malessere. Adriano Panatta il campione italiano di tennis, intervistato nel libro “Vuoto a vincere” afferma “la felicità dura dieci secondi, forse meno. E’ come una folata di vento all’improvviso, quando non c’è vento. Pensi: bellissimo ed intanto è già finita. La magia non dura, quando ti accorgi di averla avuta è già andata”(2025, pos.1718) Un dopo che diventa quindi spaesante, che può lasciar emergere un senso di vuoto, una mancanza di senso profonda che stordisce. I mesi della preparazione, le speranze e le attese, le preoccupazioni, il traguardo è arrivato, e adesso? Come scrive un altro tennista famoso Andrè Agassi, nel suo libro “Open”: “tutto quel lavoro, quella rabbia, le vittorie, la preparazione, la speranza il sudore, per ottenere lo stesso senso di vuoto”(2009,p 305). Certo poi si può ricominciare ad allenarsi, con la prospettiva di un’altra gara, una nuova vittoria da rincorrere.
Ma questa alternanza tra sentirsi pieni e ritrovarsi vuoti ci fa riflettere sulla difficoltà a dare un senso diverso da questa dicotomia di vissuti . Spesso infatti i bisogni individuali si caricano di aspettative , di tensione ad una soddisfazione assoluta, nel cercare di colmare una mancanza. Ma più quel obiettivo diventa fondamentale , più mi aspetto che la soddisfazione mi appagherà totalmente e più aumenta il rischio di contattare quel vuoto. In realtà nell’essere umano è insita una limitatezza ed una parzialità esistenziale che non può essere mai veramente colmata dall’esperienza, che ci spinge da un lato a desiderare ma contemporaneamente ad andare oltre a quello che possiamo raggiungere. Il desiderio in fondo è impalpabile, anima il soggetto di una inquietudine e lo spinge ogni volta a guardare avanti , ad aprirsi a qualcosa che ancora gli sfugge. Nell’atto stesso di desiderare ci troviamo esposti ad una perturbazione di un equilibrio e a fare i conti con un assenza Anche la vittoria più sudata contiene in se in fondo anche uno scarto, qualcosa di incompleto. Ma allo stesso tempo senza quel miraggio di realizzazione assoluta sarebbe difficile alimentare tutta quella dedizione e passione per il traguardo e sostenere la grinta per superare gli ostacoli del percorso. Ecco che allora l’atleta , come un sognatore, ci porta a voler superare la finitezza della realtà, cercando ancora ed ancora un oltre che è fonte di vita.
Dott.ssa Angela de Figueiredo
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