Identità di genere e fluidità in adolescenza, tra identificazioni e trasformazioni

L’identità è un processo in continuo divenire, che intreccia corpo, affetti  e rappresentazioni interiori. Quando si parla di identità di genere, ci si riferisce ad una rappresentazione di sé che può identificarsi con il  genere maschile, il femminile, entrambi o nessuno. E’ un aspetto profondo dell’ identità che non coincide automaticamente con il proprio sesso biologico e con l’orientamento sessuale. In adolescenza l’identità di genere  può assumere a volte  le caratteristiche di fluidità e cambiamento, attraversando diverse identificazioni e trasformazioni.  L’adolescenza infatti si presenta  come un periodo di passaggio, durante  cui il proprio modo di sentire, pensare ed essere nelle relazioni  cambia. Un tempo di transizione, di ristrutturazione del sé, in cui il corpo muta  e con esso anche il modo di percepirsi e di essere percepiti. Alcuni adolescenti  sentono una corrispondenza tra  la propria identità di genere e il genere attribuito alla nascita. Altri invece sperimentano  un’incongruenza che li porta a interrogarsi  sul proprio modo di essere.

Negli ultimi anni l’esperienza  dell’identità di  genere si è progressivamente  diversificata  contemplando modalità variegate.  Sembra che attualmente il modello binario che divide le identità nei due poli maschile e femminile  appaia sempre più parziale. Ci sono infatti  adolescenti che si riconoscono in identità non binarie, genderfluid o semplicemente scelgono di non aderire a definizioni prestabilite. Possono emergere domande come: cosa significa sentirsi maschio o femmina? È qualcosa che si eredita? Che si sceglie? In questo movimento la fluidità di genere rappresenta comunque un  tentativo dell’adolescente di cercare una coerenza identitaria, anche se in modo diverso. Per esempio una ragazza può sentirsi a suo agio nel proprio corpo ma desiderare di esprimere aspetti considerati maschili, senza che questo implichi un rifiuto della propria identità.

Diversa però è l’esperienza di chi vive una  profonda incongruenza tra il proprio sesso biologico e il genere sentito interiormente, non riuscendo a trovare dei significati per integrare questi aspetti. In questi casi il difficile processo evolutivo dell’adolescenza può diventare ancora più complesso, lasciando emergere conflitti più profondi legati alla rappresentazione di sé. A volte la fluidità di genere  può accompagnarsi ad un senso d’identità  fragile, dai confini  labili e da una immagine confusa di sé e dell’altro. E’ importante avere a mente che queste difficoltà si inseriscono nel complessivo processo di individuazione con cui l’adolescente si confronta. Differenziarsi dai modelli familiari, costruire un sé autonomo, separarsi simbolicamente dalle aspettative genitoriali. Quando l’identità di genere si discosta profondamente da quella immaginata dalla famiglia, questo processo separativo può diventare più radicale e  doloroso,  carico di rotture.  Dirsi “non mi riconosco nel genere in cui sono nato” significa anche  smentire una trama simbolica immaginata attorno alla propria esistenza, nei sogni e nei desideri dei genitori. Tuttavia proprio questa rottura può costituire  un’affermazione di sé che chiede di essere riconosciuta come parte integrante del processo di crescita e non solamente una deviazione da correggere.

L’adolescente spesso cerca riconoscimento, uno sguardo che regga l’incertezza, anche quando sembra procedere per tentativi, esitazioni, ritorni. C’è chi rifiuta ogni etichetta, ma non per questo rinuncia alla profondità della propria esplorazione.  L’adolescente che mette in discussione il genere assegnato alla nascita  sta cercando  anche un modo per esistere, per narrarsi. Cercare se stessi in adolescenza significa anche che alcune questioni restino aperte, che la definizione della propria identità non segua un tracciato lineare  ma si evolva nel tempo tra contraddizioni e inciampi.   In questa tensione tra possibilità e smarrimento, tra desiderio di affermarsi e paura di perdersi, l’adolescente esplora il genere come si esplorano certi territori sconosciuti. Un percorso che prende forma attraverso aperture e chiusure, affrontando la fatica di essere presenti a se stessi. Come ci ricorda la psicoanalista Rebecca Coleman Curtis “chiedersi chi sono non è cercare una risposta definitiva, ma imparare a stare nell’intervallo tra ciò che ero e ciò che posso diventare”.

Dott.ssa Margherita Rosa

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