Anne e Georges condividono la calma di una colazione quotidiana, tra gesti lenti e familiari quando all’improvviso lei si blocca, lo sguardo fisso nel vuoto, le mani sospese, incapace di rispondere al marito che ripete il suo nome. In questa breve e intensa scena del film Amour (2012) di Michael Haneke, Palma d’Oro Cannes 2012, emerge qualcosa di profondamente perturbante, che segnerà un cambiamento irreversibile nella vita dei protagonisti. Con uno stile asciutto il regista racconta magistralmente la storia di una coppia che in terza età si trova di fronte alla malattia, che porterà alla paralisi e al deterioramento cognitivo. I protagonisti del film, due professori di musica in pensione, trascorrono una vita tranquilla fatta di piccoli gesti e silenzi condivisi, fino a quando l’inaspettato attacco ischemico di Anne spezza questa continuità del quotidiano, aprendo un territorio di vulnerabilità e malessere. Da quel momento, la malattia diventa la scena centrale della vita di entrambi e le stanze della loro casa segnano i confini di una nuova realtà relazionale. La vecchiaia porta già con sé un cambiamento lento e profondo, i ritmi si modificano, possono subentrare limitazioni fisiche e spesso la coppia arriva a questo tempo con modalità relazionali sedimentate. In questo contesto, l’arrivo di una malattia significativa può amplificare conflittualità già presenti mettendo alla prova la tenuta della coppia.
Chi si ammala può sperimentare un progressivo scollamento tra l’immagine di sé costruita nel tempo e la diversità segnata dal presente, oscillando tra il bisogno di essere accudito e il desiderio di preservare la propria autonomia. Limitare l’indipendenza con la necessità di essere aiutati può suscitare vergogna, frustrazione, un senso di distanza. In Anne, questa tensione si percepisce quando rifiuta con decisione l’idea di tornare in ospedale. È una resistenza che non parla solo di paura, ma di un tentativo di salvare un margine di dignità dentro un corpo che cambia. Chi accudisce invece, si confronta con l’esposizione costante alla sofferenza dell’altro, il peso delle responsabilità, la riorganizzazione del proprio tempo intorno all’assistenza. In questo caso la malattia introduce una trasformazione meno visibile, ma non meno intensa. Nel film vediamo Georges entrare gradualmente nel ruolo di caregiver, passaggio che avviene come risposta necessaria all’avanzare della malattia, trasformando il legame coniugale in una relazione sempre più asimmetrica. In una scena ad esempio, lui cerca di imboccare Anne, la quale reagisce con irritazione, mostrando quanto un gesto di cura possa essere vissuto come sostegno ma anche come invasione, come atto d’amore o come conferma della perdita.
È nel campo di queste ambivalenze che la coppia può trovarsi a riscrivere un nuovo modo di stare insieme. Nel film si percepisce una certa rigidità non perché manchi l’amore, ma perché la coppia sembra non avere più molte energie per ridefinirsi. La nuova realtà fatta di assistenza fisica espone i coniugi ad una nuova intimità, la cura del corpo malato. La malattia richiede quindi alla coppia un lavoro di risignificazione e revisione del proprio ruolo nella relazione, processo che necessita di tempo, spazio mentale non sempre disponibili. A volte ci si può confrontare con il rimpianto e con l’aver dato per scontato ciò che si sarebbe potuto vivere diversamente. Nel film lo cogliamo nei silenzi di Georges, nelle sue attenzioni minuziose, quasi un modo per recuperare ciò che sente di aver perduto. Partecipiamo alla sua fatica emotiva, fatta di solitudine e rabbia trattenuta, verso i cambiamenti indotti dalla malattia sia in Anne che nella coppia. Un dolore silenzioso, in cui le parole restano imprigionate dal senso del dovere o dalla paura di ferire l’altro. Parallelamente, Anne vive una sofferenza altrettanto intensa ma più muta, il progressivo venir meno delle proprie capacità la espone al senso di perdita, ad una dipendenza vissuta come umiliazione, all’isolamento che la porta a chiudersi. La sua durezza, i rifiuti, gli scatti d’irritazione possono essere letti come tentativi estremi di difendere un’identità che sente sgretolarsi.
È in questo scarto tra ciò che ciascuno prova e ciò che riesce a comunicare, che il non detto rischia di erodere lentamente il legame. Alcune coppie riescono a trovare nuove configurazioni relazionali. Per altre il cambiamento richiesto appare troppo impegnativo rispetto alle risorse disponibili. L’ epilogo del film apre interrogativi profondi sul limite umano , la dignità, l’accanimento terapeutico, il senso dell’amore dentro la sofferenza. Vecchiaia e malattia per la coppia anziana, costituiscono spazi relazionali che mettono alla prova il legame nel suo nucleo più intimo. Possono rivelare fragilità nascoste, accentuare distanze, ma anche aprire varchi di vicinanza inedita. In ogni caso, invitano a guardare all’amore come ad un sentimento che cambia, che richiede di evolversi, anche dolorosamente di fronte ai limiti.
Dott.ssa Margherita Rosa


