Molto è cambiato dalla chiusura dei manicomi, luoghi di isolamento e di esclusione sociale. L’assistenza psichiatrica si è trasformata, passando da un’istituzione marginalizzante a dei servizi volti all’integrazione dei pazienti nel territorio. Fino agli anni 80 l’istituzione manicomiale rappresentava la principale forma di trattamento della malattia mentale. Successivamente grazie a un movimento di critica verso gli ospedali psichiatrici, il cui esponente principale è stato lo psichiatra Franco Basaglia, si arrivò all’approvazione della Legge 180 del 1978, che decretò la chiusura dei manicomi in Italia. Il movimento si opponeva alle “istituzioni totali” , dove la persona veniva spogliata della propria umanità e dei propri diritti. Nel suo libro l’ “Istituzione negata”, Basaglia afferma ” un istituzione totale, cosi come viene definita da Goffman può essere ritenuta il luogo in cui un gruppo di persone, viene determinato da altre, senza che sia lasciata una sola alternativa al tipo di vita imposto” (p.323).
Basaglia ed il suo movimento cominciarono proprio dal togliere le catene ai pazienti, aprire i cancelli, limitare la contenzione fisica. La legge 180 fu espressione di questa rivoluzione, declinandosi come una legge di accoglienza, finalizzata alla possibilità per i pazienti di riappropriarsi di un posto nella società, combattendo l’emarginazione. Successivamente con legge 833 del 1978 venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che stabilì l’ organizzazione dei servizi psichiatrici diversificati sul territorio. A 45 anni dalla 180, il quadro dell’assistenza psichiatrica mostra però una situazione in parte ancora distante dagli obiettivi che tale legge intendeva perseguire. Un anello debole della organizzazione dei nuovi servizi, è infatti costituito dalla carenza di strutture intermedie per i pazienti cronici. In particolare mi riferisco alla diffusione dei cosiddetti “gruppi appartamento” , dove vari pazienti coabitano in una casa con l’assistenza esterna del personale dei Centri di Salute Mentale e che costituiscono un’alternativa alle strutture psichiatriche residenziali.
Queste realtà rappresentano una possibilità per la reintegrazione, la socializzazione e l’autonomia dei pazienti. L’abitare è l’elemento fondante del gruppi appartamento e rappresenta una dimensione fondamentale per la sua funzione terapeutica, in quanto abitare non costituisce una semplice esigenza pratica , ma richiama le sfere più profonde della vita di ogni essere umano. Nella dichiarazione di Helsinki sulla Salute mentale in Europa del 2005, è stato confermato che la cura delle persone con malattie mentali dovrebbe avvenire non solo attraverso gli Istituti ma attraverso forme di residenzialità alternativa a livello locale, per una maggiore autonomia possibile , volta a non isolarsi e perdere il proprio ruolo di cittadini . Al di là di motivazioni politiche, che si traducono in scarse risorse economiche investite nei servizi di salute mentale, viene anche da chiedersi quanto la società sia oggi pronta ad integrare veramente nella comunità i pazienti affetti da patologie psichiatriche.
Lo stesso Basaglia sottolineava “non potendo più escludere come problema il malato mentale, si tenta infatti ora di integrarlo in questa stessa società, con tutte le paure ed i pregiudizi nei suoi confronti che l’hanno sempre caratterizzata, mediante un sistema di istituzioni che , in qualche modo, la preservi dalla diversità che il malato continua a rappresentare” (L’Istituzione negata, p.140). Ma cosa intendiamo con inserimento sociale dei pazienti psichiatrici? Non basta certo abitare una casa, prendere psicofarmaci, avere un certo grado di autonomia e stabilità. Per integrarsi c’è anche bisogno di un contesto che accolga, attraverso un cambio di prospettiva reciproca anche nella collettività. Questo significa che la società faccia spazio a quello che la malattia mentale rappresenta anche rispetto a se stessa, con i vari significati.
Fu proprio il movimento di Basaglia a sottolineare , quanto la patologia psichiatrica esprimesse anche le molteplici contraddizioni insite nel sistema più ampio. Integrare i pazienti psichiatrici significa quindi guardarsi allo specchio e accogliere dentro di sé la possibilità della propria frattura, rappresentata dalla follia, spesso negata e proiettata all’esterno. La paura della violenza, della imprevedibilità legata alla patologia psichiatrica, furono infatti alcune delle motivazioni erette come scudi a difesa dell’Istituzione manicomiale . Ma dopo 45 anni dalla chiusura degli ospedali psichiatrici, siamo diventati più capaci di confrontarci con questi aspetti? Se molta strada è stata fatta, allo stesso tempo c’è ancora molto su cui riflettere, per costruire delle comunità che siano spazi di accoglienza della diversità e della malattia mentale, dove anche chi è più fragile possa trovare un proprio posto.
Dott.ssa Angela de Figueiredo


